Send to Friend

DaA


Segnala ad un amico da Luisa Morgantini . net

“Sono arrivati in piena notte, erano circa le due del mattino. Hanno fatto irruzione nella nostra casa...

TESTATA_gaza-children.jpg
marzo 2009
Autore: 
di Luisa Morgantini*Vice Presidente del Parlamento Europeo
 

"Sono arrivati in piena notte, erano circa le due del mattino. Hanno fatto irruzione nella nostra casa, radunato tutta la famiglia in una stanza, donne, anziani, bambini e ci hanno lasciato per 24 ore senza cibo, né acqua, senza neanche il permesso di utilizzare il bagno. Quella stanza era diventata di colpo una prigione. Hanno fatto lo stesso a altre 35 famiglie del nostro villaggio. Più di 30 persone sono state arrestate, molte di queste minorenni, sequestrati". Queste sono le parole stanche ma ostinate di Siam Souleiman Abu Awwad, una donna di 40 anni, divorziata con cinque figli. Siam lavora nell'associazione Al Tariq "la via" -movimento di diverse associazioni palestinesi che ogni giorno si battono in modo non-violento per il diritto ad uno stato libero, per la fine dell'occupazione. Non siamo a Gaza, devastata dalle bombe di Piombo fuso e dall'assedio che dura da anni, ma nel piccolo villaggio palestinese di Beit Ummar, circa 10mila abitanti a pochi km da Hebron: solo una delle tante facce dell' occupazione militare israeliana.

Siam, al telefono, continua nel suo racconto: "Ogni giorno da un mese, alle sei del pomeriggio i tank israeliani fanno irruzione nel villaggio, fanno retate tra i civili, rastrellamenti casa per casa, demoliscono le abitazioni, ci sparano addosso proiettili di gomma e strani tipi di gas. Anche la moschea è stata colpita mentre cani addestrati dall'esercito israeliano seminavano il terrore tra i fedeli. Siamo prigionieri dentro le nostre stesse case. Ma come si può vivere così? - si chiede- Non ne possiamo più di avere paura, di aspettare con terrore che i nostri figli tornino a casa sani e salvi e di scongiurare che i soldati israeliani non irrompano nelle nostre case. Vogliamo e abbiamo bisogno solo di vedere un raggio di sole nelle nostre vite, nel nostro futuro".

Questo nella Cisgiordania occupata da dove non partono rockets verso Israele. 

Da Gennaio, durante i bombardamenti e poi dopo la tregua sono stata tre volte a Gaza con  delegazioni di Parlamentari Europei: ogni volta è stato estremamente doloroso. Provavamo rabbia per l'impotenza e l'incapacità della Comunità Internazionale nell'impedire  le distruzioni e il massacro che abbiamo puntualmente denunciato al Parlamento Europeo. Denunce a più riprese presentate da ONG internazionali, israeliane, palestinesi -Amnesty International, Human Right Watch, Oxfam e molte altre- e anche dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che ora sta investigando sui crimini commessi a Gaza, dove hanno perso la vita più di 1400 persone, centinaia e centinaia di bambini, civili innocenti bersagliati dal cielo, dalla terra e dal mare, con nessuna possibilità di scappare  visto che i valichi di frontiera erano tutti sigillati. Determinare le responsabilità di Israele e ogni violazione dei diritti umani è quanto chiesto anche dal Tribunale Russell, che nella tradizione della sua inchiesta sui crimini di guerra in Vietnam, lo scorso 4 marzo a Bruxelles ha lanciato  il Tribunale sulla Palestina, per riaffermare la supremazia del diritto internazionale quale base per ogni soluzione del conflitto israelo-palestinese e individuare anche le responsabilità della Comunità Internazionale nei continui dinieghi dei diritti del popolo palestinese.   

Tuttora, dopo che la conferenza dei donatori a Sharm Al Shaikh ha promesso oltre 5 miliardi di dollari per ricostruire Gaza, i raid condotti dalle forze aeree israeliane continuano a colpire la Striscia mentre i valichi di confine rimangono chiusi o sono aperti a singhiozzo, per poche ore al giorno e non per tutte le merci: la pasta per esempio  non è stata ammessa nella Striscia poiché veniva considerata un bene di lusso e anche i giocattoli dell'UNICEF non hanno ricevuto il permesso di entrare a Gaza perché non si trattava di "una priorità umanitaria".

Mentre le bombe colpivano ancora Gaza, con altri Parlamentari UE siamo riusciti ad entrare nella Striscia. Era l'11 gennaio e in due ore abbiamo visto l'inferno: esseri umani distrutti dal terrore, esausti per l'insonnia, gente disperata che cercava i cadaveri dei loro cari sepolti sotto le macerie, persone che soffrivano anche prima delle bombe a causa di un embargo illegale, imposto ad un milione e mezzo di persone punite collettivamente. Tornati a Gaza con un'altra delegazione del PE a operazione conclusa, tutti abbiamo potuto vedere la chiara volontà di distruzione da parte di Israele. L'esercito israeliano non sbagliato il bersaglio distruggendo gran parte delle infrastrutture, al contrario è stata una scelta precisa di strategia portata avanti -non solo con i bombardamenti, ma con i tank, i bulldozer, la dinamite- per creare un deserto, una terra di nessuno all'interno della Striscia e vicino al confine israeliano. Una zona morta al posto di quell'area industriale che là era sorta per la prossimità alla frontiera e la ‘facilità' di commercio e trasporto delle merci. Una distruzione mirata, come quella della fabbrica di cemento costata 8 milioni di euro o la scuola Americana di Gaza.

Ma oltre a questi seri attacchi ad ogni prospettiva di crescita economica e culturale  l'aggressione israeliana mirava anche a terrorizzare la popolazione civile. Lo hanno fatto usando il fosforo bianco, usando bombe che esplodendo lanciano in aria centinaia di freccette metalliche capaci di entrare in profondità nelle carni, amputare gli arti e lasciare centinaia di persone senza le gambe e sparando anche a chi camminava con una bandiera bianca.

Abbiamo visto il devastato ospedale Al-Quds a Gaza, gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che è stato colpito da più esplosioni. E' stato davvero desolante vedere l'intero dipartimento dell'ospedale usato per le psicoterapie e per attività ricreative, dove pittori, artisti e anche attori di una compagnia di teatro erano soliti lavorare, completamente distrutto, con un'intera esposizione di quadri a terra, bruciati, e le attrezzature incenerite. Non c'erano militanti che lanciavano razzi nella scuola americana che abbiamo visto completamente in macerie, un'avanguardia nel sistema scolastico nella Striscia, frequentata dalle figlie e dai figli di imprenditori, intellettuali, una scuola che Hamas più volte aveva tentato di chiudere e ora sono riuscite le bombe israeliane a farlo.

E non erano estremisti i membri della famiglia Samouni,  contadini e allevatori di polli: dopo aver distrutto le loro proprietà, la mattina del 4 gennaio, un missile  ha colpito la loro casa nel quartiere di Zeytoun a Gaza city uccidendo sette membri della famiglia. I sopravvissuti furono obbligati a rifugiarsi in un riparo per sfollati bombardato il giorno dopo, provocando la morte di altri 22 membri della famiglia. Nei due attacchi rimasero feriti 45 Samouni, soprattutto bambini fra gli otto e i 14 anni e 29 di loro hanno perso la vita. Con la delegazione abbiamo incontrato il padre, abbiamo visto la sua dignità e umiltà ed è stato sorprendente la lucidità e la forza della figlia, che appena tredicenne ha perso la madre e quattro sorelle sotto le bombe.

Quella lucidità la Comunità Internazionale e l'Unione Europea non l'hanno mai avuta: siamo stati capaci solo di balbettare poche parole inefficaci di fronte ai crimini israeliani commessi a Gaza così come nella Cisgiordania occupata, incapaci di imporre ad Israele il rispetto della legalità internazionale, incapaci di evitare la devastazione della dignità umana.

Non c'è dubbio che Hamas deve assumersi le proprie responsabilità: il lancio dei razzi, seminando paura e minacciando la popolazione civile israeliana, rappresenta un'azione illegale e criminale che deve essere fermata. Ma, anche se una morte è sufficiente per condannare ogni violenza, l'asimmetria è innegabile: dal 2002, venti israeliani sono stati uccisi per attacchi di razzi  da parte di estremisti ma allo stesso tempo più di 6.000 Palestinesi sono stati uccisi a Gaza e in Cisgiordania.    

Come Unione Europea abbiamo sostenuto economicamente i Palestinesi, ma non il loro bisogno di libertà e indipendenza. Sin dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi: furti di terre e di acqua; demolizioni di case; check point dove i palestinesi sono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati; colonie, raccolti distrutti; migliaia di prigionieri politici che non hanno il permesso neanche di ricevere visite dalle rispettive famiglie. Invece di sentirci generosi per gli aiuti dobbiamo lavorare per una soluzione politica: i Palestinesi hanno bisogno prima di tutto di giustizia. 

L'UE deve usare ogni strumento per cambiare la sua politica di due pesi e due misure, convincere Israele che la sua sicurezza sta nella fine dell' occupazione militare, iniziando a far pagare dei prezzi ad Israele per la sua politica. Per esempio sospendendo l'Accordo di associazione e congelando il potenziamento delle relazioni con Israele previste dalla politica di vicinato, fino a quando non rispetterà i diritti umani e la legalità internazionale. Il Parlamento Europeo finora ha rifiutato di votare sul potenziamento delle relazioni e molti risoluzioni hanno chiesto la fine dell'assedio di Gaza e la necessità di lavorare per l'unità delle leadership palestinesi e dei territori.   

In questo abbiamo veramente bisogno di un vero cambiamento anche delle politiche degli Stati Uniti, prima che le speranze riposte in Obama comincino a traballare: in questi giorni Charles Freeman, diplomatico nominato a capo del National Intelligence Council, è stato costretto a rinunciare all'incarico perché accusato di aver preso posizioni anti-israeliane tramite le pressioni di una "potente lobby israeliana" e durante la sua ultima visita in Cisgiordania, il segretario di Stato USA Hillary Clinton ha definito la soluzione basata sui due stati come ‘ineluttabile', non spendendo però una parola di condanna sul tema degli insediamenti, sebbene questi rappresentino il più grande ostacolo per qualsiasi negoziato di pace: la loro espansione corrisponde ad una ulteriore, costante, quotidiana e persistente aggressione ai danni del popolo e del territorio palestinese. Infatti, mentre la guerra a Gaza si intensificava, anche la costruzione di nuovi insediamenti aumentava: per Peace Now rispetto al 2007 le colonie israeliane nella West Bank sono cresciute del 69% nel 2008 e il numero di coloni è salito da 270.000 della fine del 2007 a 285.000 alla fine del 2008. E anche Gerusalemme Est è un bersaglio di queste politiche coloniali e di pulizia etnica: 179 case, abitate da migliaia di Palestinesi, hanno ricevuto ordini di demolizione ad al-Bustan, Silwan, Abbasieh, e in altre aree di Gerusalemme Est per far posto ad un parco archeologico e ai coloni, il più grande piano di demolizioni dall'inizio dell'occupazione. Alle ultime elezioni, la vittoria di Netanyahu -che non ha mai accettato la soluzione dei due popoli e due stati- e soprattutto l'affermazione di un personaggio estremista e razzista come Liebermann che chiede il trasferimento forzato, la deportazione degli Arabi "in qualche altro luogo", sono un grave pericolo per il futuro. Se la Comunità Internazionale non sarà ancora una volta capace di fare pressioni e reclamare dal nuovo Governo israeliano una soluzione che sia basata sui due stati, il congelamento dell'espansione coloniale in Cisgiordania e il rispetto di tutti gli accordi e degli obblighi internazionali già firmati, niente cambierà mai nell'area. Questi sono giorni cruciali, al Cairo i Palestinesi stanno ritentando di formare un governo unitario, spetta a noi sostenere i loro sforzi e non tentare di dettare condizioni. A Gaza, persino la speranza rischia di essere definitivamente distrutta, e per riportarla in vita, la Comunità Internazionale deve essere in grado di ottenere da Israele il rispetto del diritto internazionale.

Finora le richieste sono state fatte solo ai Palestinesi. E' veramente tempo di chiedere anche alle Autorità Israeliane, volontà di pace e giustizia. E dobbiamo anche convincere Israele che non può continuare a violare la legalità ma che deve ascoltare tutte quelle voci che chiedono pace, diritti e dignità per il popolo palestinese come unica via per la sicurezza di tutte e tutti. Queste persone sono un miracolo che persiste nonostante questo consolidato contesto di umiliazioni e violenze perché legittimamente credono  e ripetono che non si può costruire la sicurezza sulla morte, ma esclusivamente sulla giustizia e sulla fine dell'occupazione.

 

*Vice Presidente del Parlamento Europeo