Postfazione di Luisa Morgantini
Quando nel novembre del 1988, nel pieno della prima Intifada, mentre mi recavo in Israele e Palestina con una delegazione di sindacalisti metalmeccanici venni fermata all’aeroporto di Tel Aviv e trascinata di forza (facevo resistenza passiva) nell’aereo che mi avrebbe riportata a Fiumicino, provai uno dei dolori più lancinanti della mia vita: non potevo immaginare di non poter rivedere quelli che in poco tempo erano diventati le mie amiche e i miei amici, palestinesi e israeliani, Zahira, Rita, Lea, Mikado, Jamal, Amal, Hagar, Salwa, e poi Gerusalemme, i villaggi palestinesi, Gaza, i campi profughi, il National Palace Hotel e i camerieri, e Mike, e..., e…, e…
Mentre gli energumeni mi tenevano per le braccia e le gambe, io provavo anche vergogna per il mio dolore. Se io (un funzionario israeliano mi aveva appena comunicato: “Lei è deportata”) provavo tanto dolore per la separazione e il divieto di tornare su quella terra, come dovevano sentirsi e quale dolore lancinante dovevano provare quei milioni di palestinesi profughi nel ’48 o nel ’67, dopo l’occupazione della Cisgiordania e Gaza, loro che in questa terra c’erano nati? Zahira avrebbe potuto essere la madre che non hanno mai potuto rivedere, e il sapore dei fichi e dello za'tar che io avevo mangiato negli allora pochi viaggi fatti erano stati la loro colazione per anni.
Mi sembrava di non aver diritto al dolore e sentivo che nessuno ormai poteva separarmi da quella terra. Nei giorni successivi piansi e piansi. Non potevo parlare con nessuno, non si poteva telefonare nei Territori, il governo israeliano aveva ordinato la sospensione delle linee telefoniche con l’estero; i palestinesi dovevano essere tagliati fuori dal mondo. Nelle situazioni più disperate, però, i palestinesi sanno trovare delle soluzioni: quella volta fu un ponte telefonico. L’albergo National Palace riceveva le telefonate, che poi smistava, e così io continuavo a telefonare e ad organizzare incontri di palestinesi in Italia e gruppi di italiani in Palestina. Al mio dolore si era aggiunta l’ira. Ingrassai in poco tempo di dieci chili. Quando rividi Jamal in Giordania (era stato deportato) ero arrivata a quindici in più! Jamal mi disse che se non fosse stato per la voce, non mi avrebbe riconosciuta.
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