Dalla Palestina, all'Afghanistan, dall'Iraq al Kurdistan turco, ovunque, mentre il mondo continua ad impazzire di dolore e di paura gettandosi in folli avventure di guerre e corse agli armamenti, sempre più donne intrecciano ostinatamente i fili della solidarietà, resistono in nome della nonviolenza e ripetono che tra morire e uccidere c'è una terza via: vivere.
Ad ogni nuovo conflitto, con ogni morto innocente che si va a sommare alla lunga lista di vittime civili, il simbolo del lutto che le donne in nero hanno fatto proprio sin dal 1988 , imparandolo dalle donne israeliane contrarie all'occupazione militare, dichiara al mondo che la guerra e la violenza non sono i mezzi per raggiungere un fine, ma la fine di tutti i mezzi e di tutti i fini, l'abdicazione della ragione, il crollo di una civiltà che non si può esportare con le bombe.
Lo si è visto in Afghanistan dove la guerra contro l'orrore del regime dei talebani ha lasciato il posto ad un potere colluso con signori della guerra, narcotrafficanti e corrotti, gli stessi che hanno prima minacciato di morte e poi sospeso Malalai Joya, giovane deputata afgana e uno degli esempi della resistenza al femminile.
Lo vediamo anche in Iraq dove le donne portano avanti una battaglia quotidiana per la parità di diritti e la democrazia in un contesto di insicurezza estrema in cui diritti già conquistati sono aboliti e le loro vite in pericolo, costrette a restare chiuse nelle case per non essere aggredite, mentre i suicidi continuano a svolgersi nel silenzio: "Ci avete tolto tutto, anche il sogno di essere noi a liberarci, noi con il nostro popolo", mi diceva una giovane irachena, che però non si arrende e continua a rivendicare la sua libertà.
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