"Neden?", "Perchè?", è scritto in lingua turca sotto la fotografia di una giovane ragazza curda, scomparsa, così come sono scomparse tante altre donne e uomini, uccisi o forse imprigionati in qualche carcere turco. A Istanbul ogni sabato in piazza Galataserray, le loro madri in silenzio, mostrando le foto dei loro cari, chiedono di sapere. Ieri era l’8 marzo e il loro neden? si è unito a quello di migliaia di donne turche che hanno sfilato insieme a loro con un altro perche? stampato su un manifesto per l’8 marzo raffigurante una donna nascosta dal chador che lascia vedere solo due grandi occhi neri, fatta scomparire anche lei dal fondamentalismo. E così, nella straripante manifestazione di ieri, ragazze e donne curde e turche hanno gridato la voglia di esserci, di esistere e di non essere cacciate indietro né dai fondamentalisti islamici né dai fondamentalisti secolaristi. Le turche ancora una volta qui a Istanbul hanno osato sfilare insieme alle curde e chiedere pace e convivenza nella libertà di espressione delle diverse entità culturali. Dal palco ha parlato della loro sofferenza e oppressione una donna curda. Lo ha fatto nella sua lingua, ricordando la parlamentare Leyla Zana, condannata a quindici anni per aver osato parlare curdo in Parlamento. Era commovente e di eccezionale importanza politica vedere le femministe più radicali, e quelle che organizzano i centri di accoglienza per le donne che subiscono violenza, domestica e no. molte di loro con gli abiti e i simboli viola del femminismo, insieme alle donne dei sindacati e dei partiti (quei partiti che come l’Hadep, non sono riusciti a entrare in parlamento perché non hanno ottenuto il 10 per cento richiesto dalla legge elettorale). Così come straordinario è stato sentire dal palco donne alternarsi per parlare delle discriminazioni, del bisogno di pace, delle differenze sessuali, del patriarcato, delle torture nelle carceri, della necessità di unirsi tutte contro la corruzione, per la libertà di genere, per la libertà dell’umanità. Anche gli slogan rappresentavano la varietà delle presenze. Una ragazza portava un cartello che raffigurava tre uomini con grandi baffi alla turca con scritto: “Genetica? No grazie, ci bastano questi”, altre donne che gridavano “vogliamo la libertà e la vogliamo adesso”, oppure “Leyla Zana e gli studenti sono in carcere, la mafia é in Parlamento”, e poi cartelli con disegnate delle streghe che volano, mi dicono che è un gruppo femminista formatosi da poco. Ci sono anche parecchi uomini, hanno partecipato al corteo, sono laici, alcuni di loro offrono sigarette alle donne. Ci sono cartelli con le foto di Virginia Woolf, ma ancora di più con Rosa Luxemburg e Clara Zetkin. Quando molte cominciano ad andare via, nella piazza restano le più giovani, ed ecco che le ragazze con il simbolo femminista disegnato sulla guancia cominciano i girotondi e le danze. La canzone curda la canta dal palco una ragazza nel costume tradizionale; accanto a lei Ayfez vestita di viola, appena più in là altre giovani vestite in nero e poi le madri di piazza Galataserray. La manifestazione si chiude: "Continueremo, non ci fermeremo", dice Ayfez, "la strada per la libertà è difficile ma ce la faremo, non ci possono cancellare, esistiamo e lo affermiamo oggi e sempre".
(Il Manifesto, 9 marzo 1998)