Sono arrivati in tanti con i fucili spianati, hanno circondato il centro di Ina’ash al Usra (per salvare la famiglia), ho chiesto che non spaventassero i bambini, non se ne sono minimamente preoccupati, terrorizzare i bambini è diventata pratica ordinaria per loro, alcuni sono andati a casa di Sameeha e hanno voluto portarla qui per leggere l’ordine di chiusura, non pensavamo che sarebbero arrivati a tanto anche se già durante il coprifuoco imposto a El Bireh erano entrati negli uffici del centro sequestrando archivi, documenti, le schede dei bambini che assistiamo. Guarda tu stessa cosa hanno fatto”. L’ho visto, porte sprangate con enormi sbarre di ferro, tutto con saldature molto compatte. Chiuso per due anni, chiuso per ordine militare. Rima, una delle fondatrici del centro, è ancora incredula, non riesce a capacitarsi di tanta crudeltà e disegno politico. L’asilo è stato lasciato aperto, anche la scuola per 132 ragazze, solo che i soldati hanno chiuso le cucine e Rina e le altre sono appena riuscite a recuperare qualche provvista che restituiranno ai commercianti. “Pensa, topi e altri animali cresceranno lì dentro, si rovinerà tutto, pensa le famiglie, quanti perderanno l’aiuto indispensabile per vivere, ma noi ricominceremo, questa volta non sarà come nel ’47, di qui non riusciranno a scacciarci”. Rima entra nel salone, i bambini ci guardano, lei si mette al pianoforte e suona e canta con loro una sua canzone: “Voglio riposarmi sotto l’albero di ulivo perché come me è radicato in questa terra di Palestina”. Il centro esiste da più di vent’anni, è un’associazione di donne. Quando si è formata erano sei donne, poi nel ’67 salirono a quarantadue, ora sono cento, ma sono migliaia le donne che grazie all’iniziativa del centro hanno potuto studiare. Le attività coinvolgono circa trentaquattromila persone. Tra i principali fondatori dell’associazione ve n’è uno che dice: “la parola impossibile non esiste quando la volontà umana si libera dall’incertezza e dalla disperazione”. Vi sono asili e scuole, centri di alfabetizzazione degli adulti, di ricerca sul folclore palestinese, centri di avviamento professionale; inoltre centri di produzione: maglieria, pasti pronti, pasticceria, ricamo tradizionale, artigianato. L’organizzazione assiste con borse di studio più di duecento studenti universitari, settecento bambini sono curati per almeno sei anni da famiglie o persone che fanno l’affidamento a distanza. Il criterio è di aiutare i ragazzi orfani o che hanno i familiari incarcerati per motivi politici. Sameeha Khalil, la presidente, è una donna di 65 anni, di forza morale e umana straordinaria, la chiamano Umm (madre), è stata arrestata più volte, non può lasciare la Cisgiordania, i militari non gli hanno neppure permesso di andare a trovare il figlio ad Amman quando era rimasto vittima di un grave incidente. Dei suoi quattro figli solo uno può tornare, gli altri tre, compresa una figlia, sono stati espulsi; anche lei quarant’anni fa aveva dovuto andarsene dal suo villaggio bombardato. Vedere Sameeha piangere, anche se solo per un momento è lancinante. L’avevo incontrata altre volte, fiera, altera, sicura dei suoi diritti. Continua ad esserlo, questa volta hanno sequestrato anche le sue poesie. Dice che si rivolgerà a tutti gli organismi internazionali, l’associazione è di carattere umanitario. La sua chiusura rivela le debolezze israeliane. In una conferenza stampa, i responsabili militari hanno mostrato un video di incitamento alla violenza contro gli ebrei. Sameeha ha dichiarato che non è “uso dei palestinesi avvelenare la mente dei bambini insegnando loro a odiare. La società si oppone all’occupazione non alla religione ebraica”. Del resto i giornalisti presenti alla conferenza stampa erano propensi a credere a una montatura dei militari. Nel caso dell’organizzazione di Sameeha l’accusa è anche quella di aiutare l’Intifada assistendo le famiglie degli arrestati e degli assassinati dal governo di Israele. La chiusura di El Bireh è certamente l’ennesima manifestazione dell’ottusità del governo israeliano ad ogni qualsivoglia possibilità di dialogo con i palestinesi, colpendo i centri di produzione, cercando di togliere ai palestinesi qualsiasi retroterra di solidarietà, per imporre ancora una volta la soluzione di forza e costringerli ad andarsene. I palestinesi mostrano ogni volta di voler resistere, la loro compattezza e la loro forza sono pari al loro desiderio di vivere in pace sulla loro terra. Facciamo anche noi la nostra parte. Ina’ash al Usra deve riaprire.
(Il Manifesto, 3 luglio 1988)