È ciò che penso, sento, da quando sono cominciati i bombardamenti sull’Iraq e sul Kuwait. È per non morire il mio stare nelle cose, il mio fare, il mio essere con altre donne vestita di nero, davanti al Parlamento o in altre piazze d’Italia e il partecipare ad assemblee nelle scuole, nelle fabbriche, in luoghi misti o tra sole donne. Per non morire, per non lasciarmi sopraffare dall’orrore della guerra e della vergogna. Sì, vergogna, l’abbiamo urlato dentro il Parlamento italiano, quando, con un gruppo di donne in nero, abbiamo assistito alla tragica decisione del nostro governo di entrare in guerra. Vergogna di appartenere a questo impero occidentale che produce e usa strumenti di morte, di assistere a questo delirio: fascinazione sulla precisione dei missili o sulla bellezza dei B52 mentre scaricano tonnellate di bombe radendo al suolo due Paesi, cancellando la loro storia, massacrando la loro gente. Questo impero che per combattere un aggressore, che per affermare la sua egemonia non sa trovare altre strade se non quelle della guerra. Ma quando potere e interessi sono in gioco, quando tanta potenza distruttrice è stata costruita, vi sono forse altre strade percorribili? Quando non si vuole negoziare e dell’embargo si dice che i suoi costi sono più alti di quelli della guerra, sono in grado gli Stati Uniti e i suoi alleati di intraprendere altre strade? Voglia di morire quando sento donne che dicono “bisognava dargli una lezione” o quando leggo della soldatessa americana che dichiara: “Quando i miei due figli saranno grandi potranno dire che la loro madre è stata in guerra”. Tenerezza, compassione, disperazione quando sento la madre di un volontario nel golfo che afferma: “Rispetto mio figlio, è la sua scelta, forse la guerra se è così come ci hanno detto è giusta”. Mi riporta all’antica figura di donna rassegnata, e poi ci sono le mamme che dicono: “Piuttosto che lasciarlo partire a mio figlio gli rompo una gamba, l’ho fatto io, non posso vederlo ammazzare”. Ancora vergogna e dolore quando Rabie, donna irachena in Italia per sfuggire al carcere del regime di Saddam Hussein, subito dopo l’inizio dei bombardamenti, mi parla piangendo: “Ci avete tolto tutto, anche il sogno di essere noi a liberarci, noi con il nostro popolo. Ci state distruggendo il Paese, i nostri morti li chiamate effetti collaterali, usate su di noi le vostre armi, le avete prodotte, dovevate usarle, per noi è finita, posso solo dirvi di fare qualcosa per salvare voi stessi”. Qualche giorno più tardi ci ritroviamo, possiamo abbracciarci, non mi parla più con il voi, ci ritroviamo, nella nostra diversità, sorelle. Dobbiamo e vogliamo elaborare questa tremenda sconfitta, progettare quello che possiamo fare insieme per far prevalere la giustizia, la dignità, per mettere la ‘guerra fuori dalla storia’, o più semplicemente per fermare questa guerra. Come è cambiato e come mi sembra più vero oggi questo nostro essere vestite di nero, in lutto, presenza inquietante che vuole parlare alle coscienze. Dopo il nostro ritorno dal campo di Gerusalemme, avevamo voluto con il nostro vestirci di nero e in silenzio, così come, dall’inizio dell’Intifada fanno le donne israeliane che si oppongono all’occupazione della Palestina, dare forza a queste donne israeliane e insieme dare forza alle donne palestinesi e all’Intifada. Era un modo di continuare, anche se altri ve ne sono stati, lo scambio e la relazione tra donne iniziato a Gerusalemme e nello stesso tempo agire perché si riconoscesse lo Stato palestinese, naturalmente accanto allo Stato di Israele. Oggi il nero che portiamo è proprio nostro, il lutto è per tutta la gente che è morta e morirà in questa guerra, iracheni, curdi, kuwaitiani, palestinesi, israeliani, italiani, americani, non si possono citare tutti, tanti sono i popoli coinvolti in questa guerra. Oggi non siamo più le donne del campo di Gerusalemme, del visitare luoghi difficili, il nostro Paese è in guerra, certo lontano da noi ma dentro di noi. Oggi noi siamo le israeliane. Oggi più che mai mi sento vicina alle nostre amiche israeliane che sotto la minaccia dei missili iracheni dicono ancora: “Fermiamo la guerra, sicurezza allo Stato d’Israele, uno Stato per i palestinesi”. E più che mai con le donne palestinesi costrette sotto il coprifuoco, con la minaccia della deportazione, che vedono barattare il loro diritto a vivere nella loro terra, che continuano a dire: “Fermiamo la guerra, diritti per tutti i popoli all’autodeterminazione”. Oggi più che mai i nostri legami e i nostri rapporti devono essere intessuti, la guerra appiattisce ogni cosa, la nostra battaglia per la liberazione, il nostro essere genere, le nostre differenze vengono rase al suolo come le città irachene e kuwaitiane, nell’operazione dei gestori del potere di far diventare tutti dei signorsì incapaci di usare la propria testa e i propri sentimenti. Ma oggi e domani, noi donne in nero ci troviamo insieme a Roma per la prima volta da quando abbiamo cominciato a manifestare contro la guerra il 17 ottobre. Ci troviamo per dare voce, idee, progetti alla nostra iniziativa. Ci interrogheremo e ci riproporremo antiche domande, la nostra estraneità, la nostra neutralità, la complicità, il nostro corpo, i simboli. Ci interrogheremo sulla possibilità di praticare la terza via, quella che Christa Wolf fa dire a Cilla di fronte alla scelta di Pentesilea e delle amazzoni: “Fra uccidere e morire, c’è una terza via, vivere”. E ancora parleremo di come raccogliere ciò che rende me, noi, complici dell’autodistruzione, ciò che fa me, noi, capaci di opporci ad essa. Ne vale la pena!
(Il Manifesto, 23 febbraio 1991)