Dopo l’assassinio illegale dello sceicco Yassin si preannunciano giorni, se possibile, ancora più difficili, per israeliani e palestinesi, tutti ostaggio di uno scontro che la politica non vuole fermare, anzi alimenta. Le uccisioni di civili israeliani da parte di Hamas, Jihad e le Brigate di Al Aqsa, sono azioni disumane e criminali. Il premier Sharon è stato e continua ad essere un criminale di guerra da giudicare davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Dal massacro di Sabra e Chatila, agli omicidi extragiudiziali, dalle uccisioni di donne, uomini e bambini alla costruzione del Muro nei Territori Occupati, fino all’ultimo assassinio dello sceicco Ahmed Yassin, la politica del governo israeliano non può avere altro risultato se non un inasprimento della situazione. In particolare, quest’ultimo assassinio extragiudiziale, compiuto nel momento in cui Sharon dice di volersi ritirare, in realtà prepara il terreno per una vittoria di Hamas e dei fondamentalisti a Gaza. Sharon va al passo con la follia militarista di Bush e conduce una danza macabra insieme ai fondamentalisti di Hamas e Jihad. Si alimentano a vicenda. La politica dei kamikaze va fermata. Non c’è giustificazione per questi atti, né moralmente, né politicamente. Ma bisogna fermare anche la rioccupazione del territorio e le distruzioni perpetrate dalle autorità israeliane, che manifestano la volontà di annessione coloniale. Come ha recentemente scritto Avraham Burg, eminente personalità del partito laburista, “dopo duemila anni di lotta per la sopravvivenza, la realtà di Israele è quella di uno stato coloniale, gestito da una combriccola corrotta che disprezza le leggi e la moralità civica. Se non avverranno dei cambiamenti, tempo cinque anni Israele non sarà più né uno Stato ebraico né democratico”. Bisogna dare al popolo palestinese la possibilità di avere almeno una giustizia possibile, di sentire che la comunità internazionale non ha due pesi e due misure. Lo sceicco Yassin, senza dubbio, non era un uomo di pace. Il braccio militare della sua organizzazione ha ucciso civili israeliani in attentati suicidi fin dalla metà degli anni Novanta. Eppure Yassin, come Ismail Abu Shanab, assassinato l’anno scorso, rappresentava la corrente moderata di Hamas, si era espresso a favore di una ‘tregua giubilare’ con Israele, e aveva detto chiaramente che la resistenza violenta sarebbe cessata dopo il ritiro entro i confini del 1967. Ora che Yassin è morto, i personaggi ancora in campo rischiano di diventare più oltranzisti, da Abdel Aziz al-Rantissi, il successore dello sceicco a Gaza, che punta il dito contro Bush definito nemico di Allah. Nemico di Dio. Proprio questo è l’effetto, forse il vero obiettivo di Sharon, trasformare una lotta di liberazione nazionale in guerra di religione. Dopo l’assassinio di Yassin, ero sui monti del Kurdistan turco, per seguire lo svolgimento della campagna elettorale per le elezioni amministrative nella regione. Nella citta di Van, i musulmani locali, e non solo i fondamentalisti, hanno manifestato per Yassin, sigillando una continuità che travalica i confini della Palestina. La solidarietà del resto del mondo arabo per il popolo palestinese, che abbiamo conosciuto negli scorsi decenni, oggi è animata dalla coscienza di rappresentare il Regno del Bene contro il Regno del Male, secondo un vocabolario che non appartiene all’Islam ma solo alla sua ala fondamentalista. E se Sharon annuncia che il prossimo obiettivo potrebbe essere Arafat, getta solo fumo negli occhi. Nei fatti, l’Autorità nazionale palestinese è stata scientemente disarmata, politicamente e materialmente con la distruzione di tutte le infrastrutture, mentre la striscia di Gaza è sempre più sotto il controllo delle forze fondamentaliste di Hamas o del Jihad, che si sostituiscono all’autorità con aiuti e servizi ad una popolazione con più del 65 per cento di disoccupazione. Ma la politica di Sharon o quella degli estremisti palestinesi non sono le sole responsabili. La sofferenza e la morte di civili palestinesi e israeliani sono da attribuire anche all’inerzia della comunità internazionale che non ha saputo rendere concreta la fine dell’occupazione militare e la realizzazione di uno Stato palestinese in coesistenza con Israele. Anche oggi, le Nazioni Unite non riescono a esprimere una voce di condanna per l’assassinio di Yassin, che pure infrange i principi basilari del diritto, grazie al veto degli USA alla condanna di Tel Aviv espressa a larga maggioranza dal Consiglio di sicurezza. La stessa Unione Europea non può limitarsi ancora una volta a censurare quanto sta accadendo in Palestina: la condanna arrivata dal presidente Prodi è importante, come essenziale è il biasimo del presidente Ciampi, capo di uno stato schieratosi negli ultimi mesi apertamente a fianco del governo di Tel Aviv. Posizioni ribadite nell’ultimo Consiglio d’Europa presieduto dal premier irlandese, che si è detto preoccupato in primo luogo per la tragica situazione umanitaria nei Territori Occupati, ha chiesto ufficialmente di fermare “la politica di insediamento e di costruzione della cosiddetta barriera di protezione in territorio palestinese”, e propone una mediazione del Consiglio europeo per accordi mirati alla formazione di uno Stato palestinese nei confini del 1967. A legittimare un’iniziativa internazionale, arriva un segnale forte dalla stessa società civile israeliana e palestinese. Una sessantina di personalità palestinesi moderate, tra le quali parlamentari come Hanan Ashrawi, il governatore di Nablus, Mahmud Aloul e Yasser Abed Rabbo, già ministro della Cultura palestinese, hanno firmato un appello di esortazione alla popolazione palestinese a non ricorrere a violente rappresaglie contro Israele, ma a preferire la lotta non violenta contro l’occupazione. Qualcosa di analogo sta accadendo sul fronte opposto. Dai soldati che si rifiutano di servire nei territori occupati palestinesi, ai piloti che si rifiutano di bombardare civili, ai movimenti delle donne e dei gruppi pacifisti israeliani che insieme ai palestinesi manifestano attivamente per la fine dell’occupazione israeliana. E ancora, la soluzione della realizzazione di due popoli e due Stati, alla base del manifesto redatto due anni fa dall’accademico palestinese Sari Nusseibeh, rettore dell’Università Al Quds, e dall’ex capo del servizio di sicurezza interno israeliano (Shin Bet) Ami Ayalon, attualmente sottoscritto da trecentomila persone, in gran parte israeliani. Sono segnali importanti, che si riallacciano idealmente all’accordo siglato a Ginevra, appena lo scorso dicembre, che avrebbe potuto rappresentare, più che una tappa diplomatica, una riapertura di confronto e di dialogo tra due popoli e un messaggio di pace. “La pace non è retorica”, esclamava Rabbo dal palco. “La prova è che siamo qui oggi”, gli faceva eco l’israeliano Yossi Beilin, ex ministro della Giustizia, che insieme a Rabbo, allo scrittore Amos Oz e a tante altre figure di politici e intellettuali dei due popoli ha fortemente voluto questa firma. Ma la prima bocciatura giunse proprio dal governo israeliano. A suo nome il vicepremier Ehud Olmert aveva replicato al segretario di stato americano Colin Powell, che aveva organizzato un incontro con i protagonisti dell’accordo di pace. “Powell fa un errore”, ha dichiarato. “Penso che l’incontro a tre non sia utile al processo di pace”. E oggi, l’assassinio di Yassin potrebbe provocare anche un’altra vittima: la rinascita della resistenza non violenta contro il Muro, che negli ultimi mesi aveva visto uniti palestinesi e israeliani: la repressione delle forze israeliane contro dimostrazioni pacifiche ha puntato a trasformare la resistenza non violenta in scontro, scoraggiando una più ampia partecipazione. Quello che spaventa i generali di Sharon, infatti, non sono le bombe umane che seminano morte, ma la possibilità di una mobilitazione diffusa, pacifica, che faccia dialogare e collaborare arabi ed ebrei; mentre la volontà del governo è sempre stata quella di generare disperazione, brodo di coltura del terrorismo, per denunciare di avere a che fare con terroristi da cui Israele deve difendersi. All’interno della stessa società israeliana vi sono da tempo voci che dissentono dalla politica di Sharon, che chiedono all’Unione Europea di sospendere l’accordo di associazione con Israele per violazione dell’articolo 2 sul rispetto dei diritti umani. Il Consiglio europeo ha ora riaffermato una posizione chiara, in coerenza con la legalità internazionale e la difesa dei diritti umani. Ma restano parole se non fa pressioni sul governo israeliano. Nelle sue mani ha uno strumento non violento ma efficace. Bisogna disdire quell’accordo di associazione, appellarsi all’applicazione delle regole e degli accordi che si sottoscrivono, che Israele non rispetta, convinta della sua impunità. Le violazioni dell’articolo 2 sono plateali; non vi sono altri esami da fare. Ma non basta: serve ora più che mai un’azione forte per fermare la politica militare di Tel Aviv: bisogna appoggiare la richiesta dell’Autorità palestinese, così come di molti palestinesi e israeliani e da ultimo anche di Kofi Annan, per l’invio immediato di una forza d’interposizione e di pace per proteggere i civili. L’Europa per prima deve usare gli strumenti a disposizione per imporre al governo israeliano il ritiro dai territori occupati; si cessi di fornire armi ad Israele, si chieda il suo disarmo nucleare e delle armi di distruzione di massa. Si riconosca subito lo Stato di Palestina sui confini del 1967, ma contemporaneamente bisogna fermare una mostruosità ignorata dalla Road Map: quei 370 chilometri di muro che sanciscono il nuovo ghetto e insieme l’annessione di nuovo territorio e soprattutto delle risorse idriche e delle terre coltivate dai palestinesi. Non è necessario l’accordo del governo israeliano, sono loro a violare ogni convenzione internazionale. Così si sosterranno, non solo con le parole, le forze di pace in Palestina e Israele. Mentre gli Usa pensano a un nuovo piano coloniale per il Medio Oriente, che presenteranno al nuovo incontro del G8, un grande Medio Oriente, senza porre la soluzione del conflitto israelo-palestinese al centro della possibilità di democrazia e sviluppo nell’area, in Italia c’è chi pensa di far ammettere Israele e la Palestina nell’Unione Europea, non rendendosi conto di rendere più ostica la soluzione e la possibilità che i due popoli e i due Stati possano coesistere nell’area con tutti gli altri paesi mediterranei e arabi. Ad ogni buon conto, la politica di violenza e occupazione del governo di Tel Aviv è la dimostrazione del disprezzo in cui Sharon tiene non soltanto la sopravvivenza degli arabi, ma anche le vite dei suoi concittadini israeliani, grandi e piccoli, che pagano il prezzo delle sue scelte scellerate. Gli assassini mirati, i rastrellamenti, l’allargamento dell’occupazione, lo scempio del Muro, spacciati per atti di amore e di sicurezza per il suo popolo, in me provocano al contrario una domanda: non sarà forse che Sharon, invece che amare il popolo d’Israele, in realtà lo odia?
(Marzo 2004)